Panarea

Euonymos (che sta a sinistra), Hycesia (supplice) e Panarion (distrutta) i nomi del passato.
Poi Pagnaria (maledetta), Panaria fino all’attuale Panarea.

Se i resti del villaggio preistorico dell’età del bronzo, sopra Cala Junco, ne testimoniano l’antica origine, la contrada di Drautto, dal nome del pirata turco Drauth, ed il castello del Salvamento, pinnacolo roccioso sopra il villaggio preistorico usato come rifugio durante le incursioni, ce ne ricordano la tormentata storia. Fino alla fine del 1.600 infatti fu impossibile ai contadini di Lipari, che ripresero a coltivarla, portarci donne e bambini per via delle frequenti incursioni dei pirati.

All’apice del suo sviluppo rurale Panarea contò circa 1.000 abitanti che diminuirono definitivamente verso la fine del 1.800 per via dell’emigrazione verso le due Americhe.

Oggi i residenti sono circa 200 ed il maggior numero di Eoliani si trova negli Stati Uniti, Sud America e Australia.
Nel 1960 Michelangelo Antonioni ispirato dal “fascino e la possibilità di perdersi completamente in questapanarea2 natura incontaminata” vi girò il famoso film “L’avventura” ambientandolo in larga parte a Panarea, Basiluzzo e Lisca Bianca.
Molti iniziarono a scoprirla..

Lo sviluppo turistico inizia alla fine degli anni 70 quando, scomparsi i vigneti esistenti, inizia la moderna urbanizzazione che fa di Panarea l’isola più snob e più mondana di tutte le Eolie.

Ville da sogno, piccoli approdi e calette private che da Cala Zimmari punteggiano la costa a Sud Ovest dell’isola fino a S. Pietro dove si trova la massima concentrazione del centro abitato. Qui incorniciato da eleganti localini, bar, e negozietti il lungomare arriva alla piazzetta prospiciente il molo d’attracco degli aliscafi e navi di linea.

Della vocazione agricola dell’isola restano qua e là piante di olivi secolari, che ombreggiano incantevoli ville nascoste nella vegetazione dei giardini, sulle terrazze orfane dei vigneti e uliveti di un tempo non lontano.

Per un quarto di secolo Panarea è stata centro indiscusso della mondanità e meta di un turismo snob, elegante e mondano. Celebrata e raccontata al cinema e nei telegiornali. Mega yacht a vela e a motore di personaggi conosciuti e di anonimi finanzieri hanno per anni assediato la baia a sud dell’isola ridossati dal vento di maestrale che rinfresca le giornate estive. Ospiti famosi e gente comune, ansiosa di emulazione, hanno affollato il lungomare, riempito bar e ristoranti aspettando di far serata al Raya, mitica discoteca oggi meta di turismo notturno dalle isole circostanti. La notte di Panarea come rito d’attesa dell’alba che vedeva, smarriti per le viuzze, sguardi scalzi della ragione, persi nell’ebbrezza residua di una notte colma di ogni cosa….
Oggi, sfumati gli eccessi, complice un tempo che ha decimato pesantemente le presenze di falsi vip e parvenu delle bolle finanziarie degli anni passati, dell’imponente folla in mare ed in terra rimangono, più discreti, anche se non meno lussuosi, megayacht di vecchi e nuovi personaggi del jet set non fuggiti nelle vicine coste straniere.

Resta, ad accogliere e gratificare chi arriva, l’indiscussa bellezza della natura di questi luoghi che l’intelligente sviluppo edilizio ha rispettato, la gentilezza ed il grande senso dell’ospitalità degli abitanti che in ogni bar, ristorante, market o negozio accolgono il visitatore con squisita cortesia.
Da non perdere la passeggiata che da Cala Zimmari, dove in rada passiamo la notte, porta fino al porticciolo nel cuore del paese: tre chilometri di impedibili scorci, in mezzo a Fichi d’India, Ginestre, Lentisco e fiori di cappero, lungo il vialetto che corre in mezzo alle ville seminascoste.
Una sosta al Raya per l’aperitivo è un sogno:dalla terrazza che sovrasta la baia punteggiata di barche dormienti lo Stromboli, che lontano s’accende, regala la sensazione di un presepe permanente. Tornare a bordo per cenare in rada finendo a raccontarsi sotto a luna o restare a terra ad allungar la notte in più chiassosa allegria è solo questione di gusti.